Ci sono paesi che si fanno conoscere poco alla volta. Soleto è uno di questi.

A prima vista appare come un piccolo centro dell’entroterra salentino, lontano dal movimento della costa e dalle mete più frequentate dell’estate. Poi si entra nel centro storico e, nel giro di poche strade, ci si trova davanti a una guglia gotica alta 45 metri, a una piccola chiesa ricoperta di affreschi bizantini e alla casa di un filosofo rinascimentale che la tradizione popolare trasformò in mago e alchimista.

Soleto appartiene alla Grecìa Salentina e conserva ancora le tracce di quel lungo incontro tra cultura greca e latina che ha segnato questa parte del territorio.

Visitarla significa dedicare qualche ora a un Salento meno immediato, fatto di pietra, simboli, pitture medievali e racconti tramandati nei secoli. Una destinazione particolarmente piacevole a settembre, quando le temperature più miti invitano a lasciare il mare per qualche ora e tornare a camminare tra le strade dell’entroterra.

La Guglia Orsiniana, simbolo di Soleto

È praticamente impossibile attraversare Soleto senza alzare lo sguardo.

La Guglia Orsiniana domina il centro con i suoi 45 metri di altezza e rappresenta il monumento più riconoscibile del paese. Fu realizzata a partire dal 1397 per volontà di Raimondello Orsini del Balzo, conte di Soleto e principe di Taranto, e viene attribuita a Francesco Colaci di Surbo.

La struttura si sviluppa verticalmente attraverso diversi ordini architettonici. Man mano che lo sguardo sale, la pietra sembra alleggerirsi: bifore, decorazioni e piccoli elementi scolpiti trasformano il campanile in una costruzione sempre più sottile e articolata.

La guglia appartiene a un momento storico particolarmente interessante per Soleto. Il territorio conservava infatti una forte identità greca, mentre il potere politico e religioso latino cercava progressivamente di affermarsi. Anche l’architettura diventa così uno strumento attraverso cui leggere gli incontri e le tensioni culturali della Terra d’Otranto medievale.

Ma attorno alla Guglia Orsiniana non sono nate soltanto interpretazioni storiche.

Una notte, i diavoli e una leggenda ancora viva

Come spesso accade davanti alle opere che sembrano difficili da spiegare con gli strumenti del proprio tempo, anche gli abitanti di Soleto costruirono attorno alla guglia una leggenda.

Il racconto popolare vuole che la torre sia stata realizzata in una sola notte grazie all’intervento di demoni e creature soprannaturali. Mentre alcune streghe avrebbero lavorato alle decorazioni, schiere di diavoli alati avrebbero trasportato pietre, colonne e architravi alla luce delle fiaccole.

Il lavoro sarebbe dovuto terminare prima dell’alba. Quando il gallo cantò, però, alcuni demoni non riuscirono a fuggire e rimasero pietrificati sulla costruzione.

È naturalmente una leggenda, ma racconta bene il rapporto che la comunità ha costruito nel tempo con un monumento così insolito.

A rendere ancora più affascinante la storia è il legame che la tradizione stabilì con Matteo Tafuri, una delle figure più enigmatiche nate a Soleto.

Matteo Tafuri, il filosofo diventato mago

Matteo Tafuri nacque a Soleto nel 1492. Fu medico, filosofo, matematico, conoscitore del greco e del latino e studioso di astrologia e fisiognomica.

La sua formazione lo portò lontano dal Salento. Studiò e frequentò importanti ambienti culturali italiani ed europei, muovendosi tra Napoli, Roma, Venezia, Parigi e altre città prima di tornare nel paese natale.

Gli interessi per l’astrologia, la filosofia naturale e le discipline esoteriche alimentarono però presto attorno alla sua figura una fama molto diversa. Tafuri venne accusato di eresia, conobbe l’Inquisizione e, nell’immaginario popolare, finì per diventare uno stregone capace di prevedere il futuro e comandare forze misteriose.

Dietro il personaggio leggendario emerge in realtà una figura pienamente rinascimentale, curiosa e interessata ai diversi campi del sapere.

Passeggiando nel centro storico è ancora possibile individuare la casa natale attribuita a Tafuri. Sull’architrave compare una frase diventata celebre: “Humile so et humilta me basta. Dragon diventarò se alcun me tasta”.

Parole che sembrano quasi costruite apposta per alimentare il fascino del personaggio.

Santo Stefano, una piccola chiesa piena di colore

A poca distanza dalla guglia si incontra un edificio decisamente meno imponente, ma forse ancora più sorprendente.

La Chiesa di Santo Stefano risale probabilmente al 1347 e rappresenta una delle testimonianze più preziose della presenza culturale italo-greca nel Salento medievale.

Dall’esterno appare come una piccola costruzione in pietra. La facciata presenta un portale di tradizione romanica, un rosone a otto raggi e un campanile a vela.

È entrando che l’atmosfera cambia completamente.

Le pareti sono ricoperte da cicli di affreschi disposti su fasce sovrapposte. Santi, episodi della vita di Cristo, scene dedicate a Santo Stefano e iscrizioni in greco costruiscono una narrazione che avvolge quasi completamente l’ambiente.

Nell’abside compaiono i Padri della Chiesa bizantina intorno alla figura di Cristo, mentre una delle composizioni più affascinanti è dedicata al Giudizio Universale.

Paradiso e inferno vengono rappresentati attraverso figure, simboli e scene pensate per parlare anche a chi non sapeva leggere. Al centro, l’Arcangelo Michele separa il mondo degli eletti da quello dei dannati.

Per qualche minuto si dimenticano completamente le dimensioni ridotte dell’edificio. Lo spazio diventa una sorta di racconto dipinto nel quale Oriente e Occidente sembrano incontrarsi sulla stessa parete.

La chiesa rimase un importante centro religioso e culturale italo-greco fino alla fine del Cinquecento. Ancora oggi è uno dei luoghi che permettono di comprendere meglio quanto profonda sia stata l’influenza bizantina in questa parte del Salento.

Passeggiare nel centro storico senza seguire una lista

Terminata la visita a Santo Stefano, il modo migliore per continuare è semplicemente camminare.

Il centro antico conserva una struttura fatta di vie strette che si incrociano formando piccoli isolati. Sulle facciate di alcuni palazzi compaiono stemmi, iscrizioni e date che ricordano le famiglie che hanno abitato Soleto nei secoli.

Delle quattro antiche porte che consentivano l’accesso al paese rimane Porta San Vito, sul lato orientale. La sua struttura aiuta a immaginare la presenza della cinta muraria che in passato delimitava il nucleo abitato.

Proprio la dimensione contenuta di Soleto rende piacevole la visita. Non occorre attraversare grandi distanze né programmare una successione precisa di tappe. Si può passare dalla monumentalità della guglia alla quiete di una strada laterale, fermarsi davanti a un portale e poi ritrovarsi nuovamente davanti a una testimonianza medievale.

È un modo di viaggiare particolarmente adatto a settembre, quando il Salento comincia gradualmente a rallentare e anche l’entroterra torna a essere piacevole da esplorare durante buona parte della giornata.

Soleto e la Grecìa Salentina

Soleto può diventare anche il punto di partenza per conoscere la Grecìa Salentina, l’area nella quale sopravvive la memoria della lingua grika e di una cultura nata dall’incontro tra Oriente e Occidente.

La presenza degli affreschi bizantini di Santo Stefano è una delle testimonianze più evidenti di questa storia, ma il legame emerge anche nei nomi, nelle tradizioni religiose e nella cultura di diversi centri dell’area.

Non è necessario inserire molte località nella stessa giornata. Una visita lenta a Soleto può essere sufficiente per avvicinarsi a questa parte del Salento e lasciare eventualmente altre tappe a un’escursione successiva.

Prima di visitare la Chiesa di Santo Stefano è consigliabile verificare gli orari di apertura aggiornati attraverso i canali ufficiali del Comune di Soleto.

Un Salento da osservare più da vicino

Soleto non cerca di imporsi al visitatore.

Il suo fascino nasce piuttosto dalla concentrazione di storie custodite in uno spazio molto piccolo. Una torre che diventa leggenda, una chiesa medievale ricoperta di immagini, un filosofo trasformato dalla memoria popolare in mago.

Sono dettagli che mostrano quanto il Salento continui a sorprendere anche quando ci si allontana dalle località più conosciute.

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